Martedì 9 Aprile ore 18: Presentazione libro “Interviste impossibili ai padri della Patria”

Martedì 9 Aprile 2024, alle ore 18.00, a Palazzo della Meridiana si svolgerà la presentazione del libro “Interviste impossibile ai padri della patria” di Renzo Parodi, edito Canneto Editore.

L’incontro è organizzato dall’Associazione Amici di Palazzo della Meridiana – APS in collaborazione con il Canneto Editore.

All’incontro intervengono la storica Gabriella Airaldi e Giuseppe Garibaldi, pronipote dell’Eroe.

Modera il giornalista Franco Manzitti.

È consigliata la prenotazione:

mail: amici@palazzodellameridiana.it

tel: 010 2541 996

“Interviste impossibili ai padri della patria”

Perché “intervistare” a distanza di un secolo e mezzo i Padri fondatori dell’Italia unita? Perché chiedere ragione delle rispettive scelte, politiche, ideologiche e militari, a re Vittorio Emanuele II, a Cavour, Mazzini e Garibaldi? La domanda è lecita, direi necessaria. La mia risposta è articolata in più registri. A mo’ di premessa metodologica, ho voluto rianalizzare gli eventi che prepararono le scelte politiche e le campagne militari che nell’arco di un poco più di un decennio prepararono e produssero l’Unità d’Italia. Ho provato a liberare la narrazione ufficiale destinata al grande pubblico che sbrigativamente da sempre apparentava i quattro protagonisti in una fratellanza di intenti e di obiettivi assolutamente falsa. Questa versione dolcificata e rassicurante del Risorgimento ci era stata propinata fin dalle scuole elementari e non è stata del tutto emendata dalla memoria nazionale. E’ un falso storico che occorre cancellare per sempre. L’Italia nacque da feroci contrasti strategici, ideologici, di interessi materiali e dinastici e di orientamenti politici avversi l’uno agli altri.

La verità, ovviamente chiara agli Storici di professione, è che Re Vittorio e Cavour consideravano il repubblicano Giuseppe Mazzini alla stregua di un terrorista, difatti la condanna a morte decisa dal tribunale dei Savoia all’indomani del fallito putsch genovese del 1833 perdurò sul capo del genovese fin quasi alla sua morte. Per quei due Mazzini era la quintessenza del sovversivismo, l’incarnazione del diavolo deciso a spodestare la monarchia e costruite un’Italia socialisteggiante in mano ai repubblicani più estremisti. C’era molto di vero in questa analisi. Ma perché non dirlo chiaro, oggi, a 150 anni dai fatti? Quanto a Garibaldi, repubblicano fino all’ultimo dei suoi giorni, rispettava Mazzini come patriota sincero e disinteressato ma aborriva i suoi tentativi insurrezionali destinati a versare il sangue dei patrioti senza far progredire la causa italiana. “Mazzini non conosce il popolo come l’ho conosco io che ci ho sempre vissuto in mezzo”, osservò Garibaldi. Deprecava l’illusione mazziniana di un popolo pronto a insorgere in armi contro lo straniero come un’ubbia custodita soltanto dalla fantasia dell’altro Giuseppe.  Il Generale mise la propria spada al servizio di re Vittorio, rompendo con Mazzini, quando si convinse che soltanto sulle baionette piemontesi (e francesi) si sarebbe potuto raggiungere l’obiettivo dell’indipendenza italiana.  Un esercizio di realpolitik, per dirla in linguaggio moderno. L’Eroe dei due Mondi fu l’utile strumento della politica dinastica intessuta da Cavour col quale Garibaldi ruppe dopo il referendum truccato che confermava la cessione di Nizza, la sua città natale, alla Francia.

Mazzini predicava la necessità di un’Italia costruita dal basso, col sacrificio del popolo e l’ispirazione di una entità divina che ne guidasse le mosse.  Vide chiaramente che la soluzione monarchica calata dall’alto e realizzata dalla finezza diplomatica di Cavour con l’aiuto delle armi di Napoleone III avrebbe prodotto un Paese fasullo, un albero storto foriero di future sventure. Una profezia puntualmente avveratasi nei decenni successivi alla proclamazione del regno d’Italia con Vittorio Emanuele sovrano “per volontà di Dio e della Nazione”, la formula che rappresentava il massimo della democrazia possibile all’epoca. Re Costituzionale, lui e i suoi successori, ma anche strenui difensori delle fortune e delle sorti della dinastia del Savoia, regolarmente anteposte agli interessi dell’Italia e degli italiani. Il nipote del re Galantuomo, Vittorio Emanuele III consegnò il Paese in mano ai fascisti e mise le premesse per la rovina culminata con l’alleanza con la Germania Nazista e la guerra mondiale perduta disastrosamente.

Anche su questi sviluppi della Storia ho deciso di intrattenere i miei quattro interlocutori, immaginando quali sarebbero state le loro reazioni e quali decisioni avrebbero assunto di fronte agli avvenimenti futuri alla loro epoca. Le guerre coloniali di Umberto I e Crispi, l’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1915, tradendo la trentennale alleanza con Germania e Austria, la deriva autoritaria del fascismo degenerata in una dittatura nemica delle libertà e dei diritti dei cittadini, coperta istituzionalmente dal corrivo silenzio e infine dalla complicità attiva del re in carica, Vittorio Emanuele III. Il re di Peschiera salvò l’Italia dopo la disfatta di Caporetto e il re fuggiasco all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 mise più di metà del Paese alla mercé della vendetta dei soldati di Hitler, condotta attraverso la coda sanguinosa delle stragi di civili inermi: 25mila le vittime accertate, 70mila i soldati morti nei campi di prigionia tedeschi per aver rifiutato di servire la Germania; la succcessiva feroce guerra civile fra chi appoggiava Hitler e le sue ossessioni (lo sterminio degli ebrei) e chi lottava per un’Italia democratica e amica delle pace.

Ecco le ragioni della mia fatica, invero assai appagante e piacevole. Mi auguro che i lettori colgano nelle pagine di questo volume i tanti motivi per i quali è doveroso riflettere anche oggi sulle vicende che hanno segnato la storia del nostro Paese. E ne ricavino occasioni di riflessione e di confronto intellettuale.

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